Spotify sotto accusa: artisti ritirano la loro musica per protestare contro gli investimenti in tecnologia militare
Negli ultimi mesi Spotify si è trovato al centro di una polemica globale, non per una questione di copyright o per i soliti dibattiti sul compenso agli artisti, ma per qualcosa di molto più serio: l’etica aziendale. Daniel Ek, CEO e co-fondatore della piattaforma di streaming musicale più famosa al mondo, ha investito circa 600 milioni di euro in Helsing, una società tecnologica tedesca specializzata nello sviluppo di intelligenza artificiale per applicazioni militari. La notizia ha suscitato reazioni indignate da parte di numerosi artisti, che hanno deciso di agire ritirando le proprie opere da Spotify in segno di protesta.
Ek, che oltre a essere investitore ha assunto anche il ruolo di presidente di Helsing, ha dichiarato che l’obiettivo dell’azienda è “proteggere le democrazie europee”, ma per molti artisti queste dichiarazioni non bastano a giustificare la connessione tra musica e tecnologia bellica. La questione è diventata così delicata da portare a una vera e propria mobilitazione artistica.
I primi a muoversi sono stati i Deerhoof, gruppo rock indipendente con base a San Francisco, che hanno annunciato ufficialmente la rimozione del loro catalogo dalla piattaforma, con una frase molto netta: “Non vogliamo che la nostra musica venga usata per uccidere persone”. Poco dopo, anche i prolifici King Gizzard & the Lizard Wizard, band psichedelica australiana, hanno comunicato la stessa scelta, definendo Spotify “una discarica infuocata” e suggerendo ai fan di supportarli su piattaforme alternative come Bandcamp, da sempre nota per il rispetto verso i creatori. Anche Xiu Xiu, progetto sperimentale statunitense, ha espresso un rifiuto categorico nei confronti della piattaforma, definendola “un buco armageddon violento e tossico”.
Il dissenso non si limita a questi nomi. Diversi altri artisti dell’underground e della scena indipendente, tra cui Leah Senior e collettivi come Kalahari Oyster Cult, hanno dichiarato di voler fare lo stesso. Una protesta diffusa che punta a colpire Spotify proprio nel suo punto di forza: il vastissimo catalogo di musica accessibile in streaming.
Alla base della protesta c’è un doppio motivo: da un lato l’indignazione per gli investimenti militari del CEO, dall’altro l’insoddisfazione per il modello economico della piattaforma, accusato da anni di sottopagare gli artisti (si stima che Spotify paghi tra $0.003 e $0.005 per stream). Un’ingiustizia che, combinata con scelte etiche discutibili, diventa per molti musicisti motivo sufficiente per dire basta.
Secondo diverse testate internazionali e comunità musicali, questa potrebbe essere solo la prima ondata. Il malcontento è infatti diffuso e potrebbe allargarsi se Spotify non prenderà provvedimenti per allineare la propria governance ai valori di una comunità artistica sempre più sensibile ai temi sociali, ambientali ed etici. Cresce nel frattempo l’interesse per alternative considerate più rispettose degli artisti, come Tidal, Qobuz o Bandcamp, quest’ultima già indicata da molti artisti come il luogo ideale dove migrare.
La frattura tra musica e tecnologia bellica sollevata dal caso Spotify è destinata a segnare un precedente. Per una piattaforma che si è sempre presentata come promotrice della cultura musicale, l’accusa di contribuire allo sviluppo di tecnologie da guerra rappresenta un colpo durissimo. E in un mondo in cui gli artisti sono sempre più consapevoli del proprio impatto e del valore dei propri contenuti, è probabile che la scelta di questi pionieri possa ispirarne molti altri.

