La musica dal vivo in Italia sta vivendo una stagione apparentemente straordinaria.
I numeri del Rapporto SIAE 2025 parlano chiaro: nel corso dell’anno sono stati registrati 67.890 concerti, con oltre 31,5 milioni di spettatori. La spesa del pubblico ha raggiunto 1,16 miliardi di euro, crescendo del 17,5% rispetto al 2024.
Per la prima volta il settore dei concerti ha quindi superato la soglia simbolica del miliardo di euro.
Numeri importanti, che confermano una cosa: gli italiani hanno ancora una gran voglia di ascoltare musica dal vivo.
Ma dietro questi dati si nasconde un’altra realtà.
Una realtà molto meno visibile.
Come se la passa chi non riempie ancora palasport, arene e grandi festival?
Per una band emergente, per un artista indipendente o semplicemente per un gruppo di musicisti che vuole costruirsi un pubblico, trovare occasioni per suonare dal vivo continua infatti a essere tutt’altro che semplice.
Il boom della musica dal vivo in Italia
Il settore live cresce sia economicamente sia come pubblico.
Nel 2025 gli spettatori dei concerti sono aumentati dell’8,7%, mentre il numero degli eventi è cresciuto del 3,6%.
Ancora più rapidamente è cresciuta la spesa: +17,5%.
Il dato è interessante perché dimostra quanto il concerto sia diventato una delle esperienze culturali e di intrattenimento sulle quali il pubblico è maggiormente disposto a spendere.
Ma questi numeri comprendono realtà profondamente diverse fra loro.
Da una parte ci sono grandi tour, stadi, arene e festival.
Dall’altra ci sono migliaia di piccoli concerti nei club, nei pub, nelle associazioni, nelle feste e negli spazi cittadini.
Ed è proprio alla base di questa piramide che la situazione diventa molto diversa.
Vuoi suonare? Va bene. Ma gratis.
È probabilmente una delle esperienze più comuni per una band che sta iniziando.
Il locale mette a disposizione lo spazio.
La band porta gli strumenti.
Spesso deve portare anche il pubblico.
E il compenso?
Non c’è.
L’esibizione gratuita viene frequentemente presentata come una forma di investimento promozionale:
“Vi fate conoscere”.
“È una bella vetrina”.
“Portate un po’ di gente e poi vediamo”.
“Se la serata funziona, la prossima volta ne riparliamo”.
In una parola: visibilità.
E attenzione: esistono situazioni in cui per un artista può avere perfettamente senso scegliere di suonare gratuitamente.
Uno showcase davanti a operatori del settore, un evento benefico, una manifestazione importante, un festival capace di mettere realmente un progetto davanti a un pubblico nuovo possono rappresentare occasioni promozionali concrete.
Ma una normale serata commerciale organizzata da un locale per intrattenere i propri clienti è un’altra cosa.
Se la musica contribuisce a far arrivare persone, farle rimanere nel locale, mangiare e consumare, una domanda diventa inevitabile:
perché il lavoro dei musicisti dovrebbe essere l’unico elemento della serata considerato gratuitamente disponibile?
E qualche volta devi portarti anche l’impianto
Qui il paradosso diventa ancora più evidente.
Perché non sempre alla band viene chiesto soltanto di suonare senza compenso.
Capita anche che debba arrivare con il proprio impianto audio.
Mixer.
Casse.
Monitor.
Microfoni.
Aste.
Cavi.
E magari qualcuno che sappia anche far funzionare tutto.
Questo significa caricare l’attrezzatura, utilizzare automobili o furgoni, consumare carburante, arrivare ore prima, montare il service, effettuare il soundcheck, suonare, smontare tutto e tornare a casa.
Attrezzatura che, tra l’altro, può valere migliaia di euro.
A quel punto non stiamo più parlando semplicemente di una band che decide di suonare gratis.
Stiamo chiedendo ai musicisti di sostenere personalmente una parte dei costi necessari per organizzare l’evento.
Ed è una differenza sostanziale.
Suonare gratis non significa suonare a costo zero
Un concerto di due ore raramente occupa soltanto due ore della giornata di un musicista.
Prima del palco ci sono le prove.
C’è la sala prove.
Ci sono gli strumenti.
Corde, bacchette, piatti, batterie, amplificatori e relativa manutenzione.
Ci sono le ore necessarie per preparare un repertorio.
Poi arrivano gli spostamenti, il carico e scarico della strumentazione, il montaggio, il soundcheck, l’attesa prima dell’esibizione e infine lo smontaggio.
Cinque, sei o sette ore complessive dedicate a una serata non sono affatto rare.
Questo non significa che una band appena nata debba automaticamente pretendere cachet importanti.
Il valore commerciale di un progetto si costruisce anche con il tempo, con il pubblico e con l’esperienza.
Ma c’è una differenza enorme tra un cachet proporzionato alla realtà dell’artista e considerare normale che il lavoro musicale non abbia alcun valore economico.
Perché anche la musica emergente ha dei costi.
E quei costi, da qualche parte, vengono comunque pagati.
Molto spesso proprio dai musicisti.
E poi c’è la cena. Forse.
Può sembrare un particolare marginale.
In realtà racconta molto del modo in cui viene considerato chi deve salire sul palco.
Una band può arrivare nel pomeriggio o nel tardo pomeriggio, scaricare gli strumenti, montare, fare il soundcheck, aspettare l’orario dell’esibizione, suonare e infine smontare.
Eppure capita ancora che per i musicisti non sia prevista nemmeno una cena adeguata.
Ovviamente una cena non sostituisce un cachet.
Non dovrebbe nemmeno essere necessario precisarlo.
Ma se un’organizzazione chiede a quattro o cinque persone di mettere gratuitamente a disposizione il proprio tempo, il proprio talento e magari persino l’impianto audio, garantire almeno una normale ospitalità dovrebbe rappresentare il minimo.
Non un premio.
Anche i piccoli locali hanno un problema
Sarebbe però troppo semplice trasformare tutto questo in una guerra fra musicisti e locali.
Molti piccoli live club si trovano a loro volta in una situazione difficile.
Personale, autorizzazioni, sicurezza, diritti musicali, insonorizzazione, vicinato, consumi energetici, costi di gestione e un pubblico non sempre prevedibile possono rendere economicamente complicato programmare musica dal vivo con continuità.
Il problema dei piccoli spazi è abbastanza rilevante da aver portato nel 2026 KeepOn LIVE, con la promozione di ARCI e Assomusica, alla realizzazione di “Spazi che suonano – Atlante dei live club in Italia”, una mappatura nazionale nata per raccogliere dati sulle caratteristiche e sulle attività dei luoghi dedicati alla musica dal vivo.
Ed è importante che questi luoghi continuino ad esistere.
Perché senza piccoli palchi non esiste un vero ricambio artistico.
Prima dell’arena c’è il club.
Prima del grande festival c’è il piccolo locale.
Prima delle diecimila persone ce ne sono trenta.
È su quei palchi che un musicista impara a rapportarsi con il pubblico, affrontare un imprevisto, gestire una scaletta e diventare realmente un artista live.
Un miliardo di euro in cima. E alla base?
È probabilmente questo il vero paradosso.
Da una parte abbiamo un settore che nel 2025 ha generato 1,16 miliardi di euro di spesa del pubblico.
Dall’altra abbiamo tantissime band e musicisti per i quali trovare un palco significa ancora frequentemente sostenere personalmente quasi tutti i costi.
Naturalmente non sono mercati direttamente confrontabili.
Il tour di un artista da stadio e la band sconosciuta che suona davanti a cento persone appartengono a economie completamente differenti.
Ma fanno parte della stessa filiera.
E se alla base della filiera diventa sempre più difficile trovare luoghi nei quali suonare, fare esperienza e crescere progressivamente anche dal punto di vista economico, prima o poi il problema riguarda l’intero sistema.
Musica dal vivo e nuove regole: cosa sta cambiando
Anche sul piano normativo il settore dello spettacolo è ancora in evoluzione.
Con la legge n. 121 dell’8 agosto 2025, il termine concesso al Governo per esercitare alcune deleghe previste dalla legge sullo spettacolo è stato prorogato al 31 dicembre 2026.
Tra gli obiettivi indicati dalla normativa ci sono il riordino della disciplina dello spettacolo, nuove tutele relative ai contratti di lavoro e l’introduzione di disposizioni sull’equo compenso dei lavoratori autonomi dello spettacolo.
La delega prevede, tra le altre cose, parametri destinati ad assicurare un compenso proporzionato alla quantità, alla qualità e alle caratteristiche della prestazione. È previsto inoltre, tra i principi indicati dalla legge, che le pubbliche amministrazioni retribuiscano le prestazioni di lavoro autonomo nello spettacolo derivanti da bandi o procedure selettive.
Va però chiarito un punto importante.
Questo non significa che oggi esista automaticamente un cachet minimo obbligatorio per ogni band che si esibisce in un locale privato.
Il quadro giuridico è molto più articolato e dipende anche dalla natura della prestazione e del rapporto professionale.
Ma il fatto che il tema del compenso e delle tutele sia entrato esplicitamente nel percorso di riforma dello spettacolo dice qualcosa di importante: il valore economico del lavoro artistico non può essere ignorato all’infinito.
Suonare gratuitamente può essere una scelta. Non dovrebbe essere l’unica possibilità.
Un musicista può scegliere liberamente di esibirsi gratuitamente.
Per beneficenza.
Per una festa.
Per amicizia.
Per promuovere un nuovo progetto.
Per uno showcase davvero interessante.
O semplicemente perché quella sera ha voglia di suonare.
Il problema nasce quando l’eccezione diventa il modello.
Quando per ottenere un palco devi necessariamente suonare gratis.
Quando devi portare anche l’impianto.
Quando devi occuparti personalmente della promozione.
Quando devi garantire amici e parenti tra il pubblico.
Quando devi pagarti viaggio, parcheggio e magari persino la cena.
A quel punto forse la domanda non dovrebbe più essere:
“Quanto vale una band sconosciuta?”
La domanda dovrebbe diventare:
“Quanto vogliamo che continui ad esistere una scena musicale dalla quale possano nascere gli artisti conosciuti di domani?”
Perché nessun artista nasce davanti a ventimila persone.
Prima c’è quasi sempre stata una sala prove.
Poi un piccolo palco.
Poi un altro palco.
Poi cento persone.
Poi magari mille.
E qualcuno che, a un certo punto, ha deciso che quella musica meritava non soltanto di essere ascoltata.
Ma anche di essere rispettata.

